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La Cornice, i mille colori che contiene e tutto il mondo che la circonda

Vi proponiamo la lettura di un articolo pubblicato su Lombardia Sociale da Marco Zanisi, Presidente della Cooperativa sociale SERENA. Buona Lettura!

Nel riconoscere il massimo diritto di ciascun cittadino a rappresentare e tutelare i propri interessi e a farsi valere nelle sedi competenti qualora i propri diritti legittimi vengano lesi, la sentenza del TAR in oggetto[1] e, soprattutto, le sue possibili conseguenze appaiono, seppur ineccepibili nella forma, caratterizzate (certamente ben oltre l’indubbia buona fede dei ricorrenti “Senza Limiti Onlus”) da una scarsa visione prospettica e da una limitata attenzione a quanto dentro e attorno alla rete dei servizi sta accadendo.
La riconduzione del percorso formativo degli Educatori Professionali operanti all’interno dei CDD al solo ed esclusivo percorso di formazione sanitaria (classe SNT 2), corrisponde pienamente alla cornice socio-sanitaria in cui questa particolare unità di offerta si sostanzia ma, al contempo, tratteggia una definizione di servizio, di persone con disabilità e di intervento educativo, distante da quanto la prassi quotidiana ci insegna sui diritti e sulle aspettative delle persone con disabilità, delle loro famiglie e delle realtà associative che ne agiscono la rappresentanza e la tutela.
Di certo la definizione di CDD come: “servizio complesso, a contenuto in primo luogo sanitario, da eseguire in favore anche di persone affette da grave disabilità e che necessitano, in base alla documentazione versata in atti, di prestazioni di natura sanitaria e riabilitativa e non solo assistenziale e rieducativa” è coerente con l’affermazione che “i titoli suindicati (relativi a Coordinatore ed Educatore Professionale, classe di laurea 19 ) non comportano una specifica preparazione in ambito sanitario, in palese contraddizione con il fatto che le attività demandate al coordinatore e all’educatore, in base alla lex specialis, comprendono esplicitamente prestazioni di contenuto sanitario”.
L’equivalenza sottesa nella sopracitata affermazione sostiene, nei fatti, che: i CDD ospitano persone con grave disabilità, che necessitano di prestazioni sanitarie erogate da personale con qualifica sanitaria.
Ma, i CDD che operano in Regione Lombardia si possono riconoscere in questa definizione? Ma, alla condizione di grave disabilità, è conseguente una prestazione di natura sanitaria? E poi, quali gravi disabilità?[2] Quali prestazioni sanitarie? Siamo sicuri che non stiamo focalizzando la nostra attenzione sulla “cornice” sanitaria, perdendoci tutta la ricchezza della policromia che la cornice contiene e, soprattutto l’imprevedibilità della ricchezza di quanto dalla cornice rimane fuori?
Spero sia permesso di fare una forzata sovrapposizione tra cornice (unità di offerta), contenuto (servizio, persone, operatori, attività…) e ciò che dalla cornice sta fuori (giusto quel poco di mondo che può essere un quartiere, un territorio, una comunità.

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